La forma dell’essere: De Anima [Mundi]


foto: Akiko MiyakeCosa sappiamo dell’anima? Che la sua sostanza è stata “presa” in ogni epoca, cultura e tradizione e traslata [lett. spostata altrove] in diverse direzioni. [Necessario il riferimento ad] Aristotele scrive che l’uomo, anthropos, è un essere composito – nella sua essenza, l’anima appunto, la psyché – di tre elementi complementari, l’uno infiorescenza dell’altro, dal più semplice al più elaborato: così, se dovessimo esprimere e interpretare [inter-praxis, fare-tra-le-cose] questa suddivisione, ci troveremmo anzitutto difronte a un problema. Quello dell’invisibile. O per lo meno dell’incredibilmente sottile, giacché psyché in greco significa quel “soffio” che ci tiene in vita, che fa di noi corpi vivi [ted. lieb, corpi viventi, lebende, che amano, lieben, e “credono”, glauben] senza il quale saremmo corpi morti, letteralmente salme, cadaveri [oppure semplice materia, ted. körper]. In seno alla materia – che oscilla tra l’essere e il non-essere – fiorisce qualcosa, s’aggrega una sostanza sottile, e noi la chiamiamo vita. Quando questa vita può darsi come qualcosa di riconoscibile [un volto, Ansicht, Gesicht, o una forma, Gestalt, quindi una “storia”, Geschichte, un racconto sviluppato da una forma vivente, e una “persona”] allora possiamo parlare di anima.

 

Heidegger preferì tradurre perì psyches non più “circa l’anima”, trattato che riguardi l’anima e le sue manifestazioni, le sue funzioni; ma “dell’essere-nel-mondo”. Chi abbia qualche dimestichezza col gergo heideggeriano non troverà difficile individuare i motivi di questa operazione. Tuttavia, l’equazione che ci invita a risolvere – anima non più come ente passibile di suddivisioni, analisi, frazionamenti, funzionamenti… ma come essere nel mondo [in-der-Welt-Seyn] – rischia di far implodere ogni ermeneutica, invece di dischiuderne la possibilità: vale a dire, senza un’indagine sull’anima in quanto ente autonomo, in quanto forma (!), non è possibile una comprensione e un’espressione dell’anima. In più, se volessimo recuperare il concetto di anima del mondo, questo – l’esclusione dell’anima dal novero delle forme – ci renderebbe il compito impossibile.

 

Forma, organizzazione della materia, dato sensibile anche se infinitamente sottile, viso [Ansicht, “persona”] e storia [Geschichte]… le metafore potrebbero protrarsi all’inverosimile: risonanza del corpo materiale, sennò “cosa pensante” irriducibilmente diversa dalla sostanza materiale estesa, “lume” interiore; infine, epifenomeno, cioè fenomeno che scaturisce inatteso dall’effetto circolare di uno o più processi lineari. Per Aristotele, altro non era che la sostanza vitale, lo pneuma che risuonava nei discorsi sotto la Stoà poitiké. E questa sostanza poteva render conto di tre livelli: il più semplice, quello della vita e della morte, del sonno e della veglia, degli appetiti, delle necessità – questo livello l’uomo può condividerlo con le piante e alcune forme di vita elementare; poi via via verso la vita animale, con l’istinto di conservazione, la percezione del sé, del gruppo e della relazione con gli altri individui; infine, il fiore più splendido e misterioso del mondo, la ragione [nous]: ad essa la forma dell’umanità è votata, grazie ad essa ci è dato osservare il cosmo [mundus] e individuare le sue leggi, e la necessità – che nel primo stadio era di alimentarsi e nel secondo di conservarsi – diventa la necessità in sé, la legge secondo la quale organizziamo la vita secondo uno scopo, ci diamo un progetto, siamo un progetto: questa volta sì, possiamo dirlo, il nostro essere nel mondo.

Riconoscere le prime sub-forme della nostra anima – che non scompaiono quando la luce della ragione rischiara il suo cielo – è importante tanto quanto rendersi conto che la forma ultima, la razionalità, non è circoscritta all’uomo: il primo atto mentale, e il secondo percettivo, forniscono gli argomenti per la silloge più importante dell’intero perì psyches. E cioè: così come esiste un’anima, forma dell’umano, dell’animale e del vegetale, allo stesso modo esiste un’anima del mondo. Che nel gergo heideggeriano suonerebbe: esiste un’essere-nel-mondo del mondo [ein Welter in-der-Welt-Seyn] che può essere pensato come anima ulteriore, rispetto alla triplice anima che ci sostiene. E qual è la forma sostanziale di quest’anima del mondo? Anche questa forma ha subito la stessa sorte dell’anima individuale: essa è stata “presa” e traslata in diverse direzioni a seconda che si pronunci il discorso della scienza, o quello della religione, etc.

 

 

La prima super-forma che Virgilio Sieni mette in scena [1] è quella del pendolo. Una grande sfera scura, dal peso indefinibile, oscilla e minaccia l’uditorio frantumando – ma ciò non desta alcuna sorpresa, giacché di anima razionale siamo composti! – la quarta parete del teatro. Il peso risponde fedelmente alla legge gravitazionale: così, l’anima non può dirsi diversa da quel peso, e deve rispondere al nous. Solo dopo aver messo in chiaro questo principio, la coreografia e le sue diverse figure possono prendere la scena. Un tessuto [epitelio, la rosea pelle delle nostre regioni che può venire dallo stesso foglietto embrionale dell’occhio!] si apre e si chiude, tradisce una porosità, può essere attraversato dagli elementi formativi dell’anima [o animus]: paura, irritazione, vergogna, sconforto, eccitazione, amore, delusione, esclusione… questa psico-grammatica generativa fa nascere parole e super-concetti, Dio, oppure Satana, il Desiderio, la Morte…

Il gioco delle metafore a volte s’interrompe: questi elementi sono pur sempre teatrali, e – a differenza del pendolo – non possono infrangere il limite della quarta parete. Quando sono esaurite le “funzioni dell’anima” – vegetativa, animale e razionale – non resta che il gioco degli sguardi e l’osservazione, per chi ne abbia voglia, la psicoanalisi: due corpi identici eppure distinti si concedono allo studio, sono il simbolo inequivocabile della scissione. Il sich selbst e il Bewusstsein, Se stesso e la coscienza di sé, condannati a rincorrersi nella tragedia del narcisismo. Le musiche scelte sono “essenziali”: due tracce distinte scandiscono la coreografia, disimpegnando le emozioni dell’auditorio; alla prima, sinfonica, si contrappone la seconda, un basso continuo e svisato da uno slittamento di fase che – a lungo andare – risulta estraniante.

[1] Queste riflessioni scaturiscono dalla visione di De Anima, regia di Virgilio Sieni, in scena al Teatro Vascello per Romaeuropa festival 2012.

 

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