Scoprire Conquistare Amare l’Altro


Se c’è un limite grande che riconosco di avere da sempre, è quello di leggere troppi saggi e pochi romanzi. A volte però capita di leggere libri che proprio non ce la fanno a stare su uno scaffale, in un reparto, un’isoletta tematica…

La Conquista dell’America, il problema dell'”Altro”, un “saggio” di Tzvetan Todorov, mi ha inghiottito come una anaconda – un po’ come il dio-serpente piumato Quetzalcoatl che vedete in copertina – e forse proprio in virtù di ciò che l’autore stesso confessa:

“Alla domanda: come comportarsi nei confronti dell’altro? Non sono in grado di rispondere se non narrando una storia esemplare” – T. Todorov

Todorov è un punto di riferimento per la cultura francese, e a sua volta si orienta grazie alla posizione di diverse stelle fisse di quel firmamento: Lévi-Strauss, Lacan, Bataille, Hyppolite tra gli altri di grossa magnitudine. Soprattutto lo psicologo informa le riflessioni dell’autore: il problema dell’Alterità viene affrontato dal punto di vista filosofico, letterario, antropologico, ma emerge su tutte la questione psicolinguistica – Colombo che considera “muti” e “selvaggi” gli indigeni, questi rinserrati in tribù che si definiscono vicendevolmente alogoi, se non barbari  – e il risultato è quello di uno scontro ermeneutico di portata epocale: il fraintendimento è la cifra costante dei rapporti tra civiltà.

Colombo “ermeneuta”. Il capitolo più duro – e divertente! – per le orecchie filosofiche occidentali: abituate a stare ai lati di una “testa” da sempre impegnata nell’auto-celebrazione, ronzano di un prurito affa-scinante quando Cristoforo Colombo è descritto come un visionario, un despota, leader insopportabile di un’impresa che prima vede “segni” del successo ovunque – nel soffio di balene, poi nel volo di gabbiani – smentiti puntualmente dal procrastinarsi dell’arrivo a terra; poi s’incarica di dare nome a terre, fiumi, laghi, pendii, inse-nature, e genti, tribù, città, prendendo così tanto sul serio il proprio [Cristo-foro, “Portatore del Cristo”, e Colombo, simbolo di pace, oppure Colòn, quindi colono, “evangelizzatore”]. Terre e mari che eventualmente ce l’avevano già, un nome: oriundo, indigeno, e in quanto tale, “altro” e inaudito.

L’ermeneutica ne esce mortificata – i suoi principi, se applicati senza cuore, sono venefici per qualsiasi tentativo di autentica comprensione dell’Alterità – ma serva questa critica per il suo rinnovamento: si rinunci all’impresa totalizzante di inglobare il prossimo, di sottometterlo alle proprie categorie, di forzare il cliché dialettico sott’inteso ad ogni conoscenza “duale” – Io sopra, tu sotto! Ché il lettore ha sempre una superba passività e lo scrittore una creatività innocente – e si restituiscano le forme della cultura alle loro origini. Con un’avvertenza, giacché il pericolo che si annida in questa operazione lo si conosce già: degenerazione romantica, la ricerca dell’origine, di una origine assoluta o di origini particolari, ha fatto prolificare l’odio e il fanatismo, e disarmonie, invece che il sano confronto di un dialogo interumano. Ne siamo capaci. Però perseveriamo negli stessi errori, nonostante – o a fortiori? – il progresso tecnologico e scientifico: Todorov ha scelto la conquista dell’America e il declino dei reami precolombiani; di questi eventi abbiamo folte bibliografie, e resoconti maturi e giovani, da entrambe le parti… Che dire dell’impatto avuto dallo scontro tra le democrazie occidentali e l’impero giapponese nel secondo conflitto mondiale? Forse Hiroshima e Nagasaki sono eco troppo vicine, troppo assordanti, per poter parlare di un’ermeneutica del conflitto e della rinascita. Resto basito difronte a questa sintesi, breve sinossi storica che ho trovato su un gran libro di architettura, Project Japan, di H. U. Obrist e R. Koolhaas:

La soluzione al disastro e all’implosione culturale, messa in atto dal Giappone negli anni dopo la Guerra sembra esemplare: metabolismo, è la parola che scelgono i promotori del movimento per tradurre shinchintaisha, una parola che denota fra le tante sfumature rinnovamento. Ma quanti sforzi dovremmo compiere per capire la complessità di un fenomeno come lo scontro di civiltà che ha avuto Hiroshima, Nagasaki e l’Oceano Pacifico come teatro? Come poter comprendere appieno la magnitudine degli effetti che la globalizzazione [forse si poteva già chiamare così] del conflitto, e la sua tragica risoluzione, hanno avuto sulla millenaria cultura giapponese? Ovviamente, non so rispondere a domande così complesse: però quelle righe evidenziate mi sembrano le parole dell’atteggiamento meno adatto.

Se non si riesce a capire qualcosa, resta dunque possibile un vago sentimento amoroso nel dare nomi. Ulrichanders [non ex libris, ma dal vivo!] cita Lacan: “Amare significa dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole”. Un motto che percorre silenzioso e potente le pagine di questo eccezionale saggio [racconto?] di Tzvetan Todorov.

Sono arrivato a metà via: ho letto le prime due parti, Scoprire e Conquistare… Torno a leggere il resto, chissà forse le sue parti più avvincenti: Amare e Conoscere.

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1 commento
  1. obinetti ha detto:

    Proviamo a sdrammatizzare la conclusione melanconica di questo post.

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