Il fenomeno è salvo


Una storia – ma non ho con me quel vecchio libro bordot della Fabbri editore: quindi vado a memoria:

una mattina la vita di un villaggio di campagna assiste a una scena del tutto inusuale: in piazza si presenta un clown che, tutto trafelato, si mette a invocare aiuto in modo scomposto e ridicolo.
E’ breve la distanza che separa il tendone del circo dal centro cittadino, che il clown ha percorso di gran carriera.
“Al fuoco! Al fuoco! Il tendone del circo è in fiamme! AIUTO! A-I-U-T-O!”.
Fra i presenti a tale scena, alcuni sembrano proprio non farci caso, altri commentano lo spettacolo: non lo trovano affatto divertente. Altri ancora se ne fanno gioco, ed alcuni si prendono persino la briga di cacciarlo a male parole.
Ebbene: il messaggio non era affatto una réclame del prossimo spettacolo di acrobati e domatori, né un’assurda capata di un povero clown mentecatto.
Nel giro di un’ora le fiamme del circo raggiongeranno la contrada e di là, inesorabilmente, il centro del villaggio.

Questo breve racconto l’ho letto fra le pagine del diario di appunti di Kierkgaard – un’immagine del teologo nella società protestante di danimarca del diciannovesimo secolo. . . Leggerlo è un occasione per riflettere sulla dinamica fondamentale nella comunicazione.

Per entrare nel merito, mi soffermo a considerare tre aspetti dell’immagine: (a) la sua violenza; (b) la sua capacità di sintesi; (c) la sua capacità di mostrare ciò che è celato.

Ecco una prima immagine (a):

A Città del Messico nel 1968 ben pochi sapevano quel gesto DOVE fosse concepito e COSA significasse. Eppure il gesto di questi atleti ebbe un eco eccezionale.
Ancora sulla forma della comunicazione. Una cosa è dire: “io sono una pantera!”, “anch’io sono una pantera” – altra l’alzata del pugno – sinistro l’uno, destro l’altro – sul podio dei velocisti alle olimpiadi. . .
Ancora lo strapotere comunicativo dell’immagine, colto nella sua essenza. Questi due atleti stanno rispondendo in un linguaggio diffuso con un messaggio politicamente irrivelabile. Potremmo dire: la violenza dell’immagine, la buona violenza dell’immagine.
Un’immagine del tutto analoga la possiamo rammentare: piazza Tien-an-Men, una colonna di carri armati che s’arresta ai piedi di uno studente inerme.
Ecco un esempio di grande pubblicismo mercé immagini adeguate e anche assolutamente morale.

Ancora, miriamo questo disegno (b):

Manoscritto del 1200 del Liber Divinorum Operum di Hildegarda von BIngen

Questa figura è del tutto omologa, e precedente di due secoli e mezzo, a un’altra, ben più famosa: l’omo vitruviano di Leonardo.
Non ci è dato di sapere se Leonardo abbia potuto ammirare questo manoscritto. Ma non è importante.
Dove Leonardo ha una visione della proporzione geometrica dell’uomo nella stabilità scientifica della perfezione del quadrato e nel cerchio inscritti, Hildegarda ha una visione della proporzione geometrica dell’uomo all’interno – con le sue parole – della “prescienza del cuore divino”.
Questa comune rappresentazione armoniosa in forma d’essere umano, offre una straordinaria possibilità di sintesi a livello concettuale.

La terza è un immagine musicale:

I Velvet Underground si chiedono quale abito potrà indossare una bella bambina alla prossima festa, data la preziosissima fattura del completino che indossa in occasione del funerale del papà.

Il profondo senso di commozione che aleggia immobile in questa canzone ci da’ l’impressione del segreto nel segreto del cuore di questa bambina: solo l’ascoltatore vede tutto.
(Un simile modello per rapportarsi con lo spettatore/ascoltatore lo adopera Orson Wells con la prima e l’ultima sequenza di Citizen Kane).

Forse casualmente, questa sequenza di immagini mostra il dettaglio del movimento della logica: la violenza di un’opposizione – una scintilla, un fiore che sboccia, una sintesi successiva – tra forza e mediazione, e alfine la scoperta di un mondo nuovo – “sonoro” e “aperto”. Così Thomas Stearns Eliot:

(…) both a new world
And the old made explicit, understood
In the completion of its partial ecstasy,
The resolution of its partial horror.
(T.S.Eliot, Four Quartets)

P.S.: Chiudo con un augurio al blog e, suvvia, ai suoi bloggers: nel medesimo libro, l’amico (o se preferite il compagno) Kierkegaard – di ragion assai dotato – giudica l’avvenuta supremazia della comunicazione pubblicista (i giornali) sulla comunicazione filosofica (i libri) una piaga per la società, e paragona una tale società a una nave dove il timoniere si trovi a cedere il posto al cuoco. . .

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9 commenti
  1. Luca ha detto:

    Gentile sig. Donecbombulum,

    Come lei forse già sa – visto che allude – le olimpiadi messicane del ’68 avvengono all’indomani di una sanguinosissima strage compiuta dalla cieca follia del governo messicano. All’origine del massacro ci sono le incursioni che i granaderos, i poliziotti messicani, iniziano a compiere nelle Università e alle quali gli studenti si oppongono iniziando a manifestare contro il presidente Diaz Ordaz. Questi li accusa di voler boicottare i Giochi con le loro proteste e ordina l’occupazione militare dell’Università di Città del Messico, con centinaia di arresti. Si arriva alla notte tra il 2 e il 3 di ottobre con gli studenti che si danno appuntamento in Piazza Tre Culture per una manifestazione alla quale il governo risponde ordinando una vera e propria carneficina: la piazza viene bloccata in ogni accesso, l’esercito spara da elicotteri ed edifici adiacenti. Del massacro non si avranno mai cifre ufficiali, ma si parla di centinaia di morti.
    Quindi, alla luce di tali eventi, non trovo affatto violento che questi atleti coraggiosi abbiano voluto partecipare a loro modo al dibattito così turbolento in corso in quel momento storico così carico di tensioni. Ne posso affermare, come penso lei concordi, che l’immagine della libera espressione sia violenta di-per-se cioè fuori da possibili interpretazioni storiche.
    Comprendo chi all’interno di un regime capitalista ritiene eversivo il movimento di emancipazione afro-americano delle Pantere Nere perchè di ispirazioni marxista-leninista-maoista. Ben meglio comprendo chi giudichi sbagliati i metodi del movimento delle Pantere per via del loro rifiuto delle istanze nonviolente e integrazioniste di Martin Luther King.
    Ma qui è il governo messicano a disconoscere le grida d’aiuto degli studenti che denunciano il loro tendone andare a fuoco. E sono gli atletii i clown che invece vengono fraintesi nelle loro intenzioni solo per essersi per un momento allontanati dal loro mestiere naturale. (Tanto che furono anche scomunicati dalle gare olimpioniche).
    Comprendo benissimo che lei come me sia dalla parte degli atleti e che sia giustamente affascinato dalla presa carismatica della foto dei vincitori. A mio parere però non esiste nessuna violenza dell’immagine che possa dirsi “buona”.

    Forse le immagini, caro Donecbombulum, riescono piuttosto ad essere violente solo quando vogliono offendere e nuocere, caso che non e’ certamente quello degli atleti Tommie Smith e John Carlos. Caso che comunque non bisognerebbe mai auspicare.

    Luca F.

    • donecbombulum ha detto:

      Ringrazio davvero per il confronto e per l’occasione che ricevo: posso riflettere meglio su quello che ho scritto. . .

      In verità, dunque, ho usato – forse allargandomi un poco. . . – questa famosa immagine di Messico ’68. . . Memore dell’effetto che mi ha fatto sin da piccolo (circa decenne) quando un estate passai più di qualche minuto a guardarla, riprodotta in un vecchio almanacco di “Oggi” dedicato al 1968. . . Così ho confrontato il carattere della percezione che aveva avuto quel bambino curioso col carattere della percezione che ne ha oggi questo quasi-adulto. . . Ed ho anche pensato che in qualche modo l’impressione che ne ho ricavato da piccolo fosse utile a identificare un ipotetico “osservatore-tipo” non segnato da particolari ideologie o pregiudizi . . .
      Quella che ho chiamato “buona violenza dell’immagine” sta nella capacità di produrre una comprensione di cosa “bollisse in pentola” a ragione di quel gesto, una comprensione appunto immediata e ben oltre la disponibilità o la capacità di comprensione anche di chi – forse giustamente intimidito dal marchio dell’eversione – non volesse, o non voglia, ovvero non potesse, o non possa, accettare di poggiare lo sguardo non sull’immagine in sé, ma di lì sul cuore della lotta delle pantere: come dire: il suono delle loro discussioni negli ambienti – non proprio free-entrance – da cui il movimento prese le mosse. Così penso fermamente, come Malcolm X capì in pellegrinaggio alla Mecca, che la questione dell’emancipazione dei neri fosse e sia una questione aperta, ora ed allora, anche per la razza bianca, soprattutto per la razza bianca. . . (Parlo dell’emancipazione della razza bianca. . sic) A prescindere dalle idee su Gesù e la politica del reverendo MLK, quel gesto, in foto, è comunicativamente miracoloso. E spesso dietro a un miracolo c’è, silenziosa e cauta, una buona violenza. . .

      Personalmente, faccio ammenda: spesso faccio finta di essere in un giardinetto fra gli epicurei. . . etc. . .

      (scrivendo questa risposta Strummer dei Clash mi cantava nell’orecchio: “white riot, I want a white riot!”)

      Cordialmente
      Donec Bombolum

      p.s.: sperduto nel sud d’italia. . . chiedo venia per la risposta frettolosa e tardiva . . .

  2. ulrichanders ha detto:

    Ho letto questo post “Il fenomeno e’ salvo” con un certo interesse. La bizzarra triade violenza/sintesi/capacita’-di-mostrare-il-celato per come ce l’ha onestamente confidata Donecbombulum mi permette di avere un inusuale punto di vista sul simbolico. Che il simbolo ad un livello semiotico prelinguistico -come puo’ essere ad esempio un immagine- sia un potente rivelatore del reale capace di fendere l’apparenza mi sembra alquanto ragionevole e questo proprio grazie alla sintesi. Potrei anche accettare il fatto, secondo la consecutio logica proposta, che un evento violento, per via dell’impossibilita’ di elaborazione razionale finita di chi lo vive, possa generare un trauma che porti presto ad un una sintesi e ad una simbolizzazione rivelatrice. Cio’ che pero’ veramente mi sorprende, come anche Luca F. ha sottolianeato puntualmente, e’ che Donecbombulum abbia ritrovato questa supposta matrice violenta del simbolo in una foto ritraente la fiera espressoine di un gesto autoemancipatorio che avviene (perlomeo durante la sua durata performativa) senza colpo ferire. Da qui suppongo che questa particolare interpretazione semiotica proprio particolare non sia ma possa piuttosto essere estesa ad una lettura universale delle cose proprio per il fatto che l’autore del post l’ha usata per descrivere il piu’ estremo dei casi quasi in forma provocatoria di eccezione che conferma la regola. Lettura universale delle cose solo se pero si accetta il relativismo esistenziale e il pensiero debole perche’ certo se voglio leggittimare il pensiero di Donecbombulum devo anche sottolineare che questa non e’ la mia di visione delle cose. Mi viene da dire a questo proposito che la vera liberazione e emancipazione dell’anima dalle finitudini contingenziali e mondane avviene proprio tramite la dissoluzione del velo che mostra cio’-che-e’-celato. Ora la mia tesi e’ che verso la realta’ si puo’ nutrire anche una profonda e immotivata paura ed essendo i simboli fonte di senso -che per definizione sfuggono sempre ad una razionalizzazione che sia risolutiva- essi possono diventare anche fonte di grande smarrimento esistanziale quando pero’ la loro lettura non sia piu’ serena ma inficiata da una contemporanea e inconsapevole resistenza che opera come autodifesa verso cio’ che essi disvelano. Una fuga dalla realta’ e dalla pace intellettuale che troverebbe rifugio in una liberazione dell’anima via dal mondo e che ha la morte come porta di ingresso. Si tratta di malessere acceso dal semiotico, dalla forma empatica del senso, e pertanto cio’ avrebbe radice in un trauma non certo facilmente concettualizzabile da chi lo vive. Violenta, sotto un certo aspetto inusuale e poco considerato, potrebbe essere ad esempio l’induzione a rivivere il dolore ricelebrandolo tramite l’ascolto di un portentoso brano musicale che lo narra. Forzando il senso dei versi di T. Elliot riportati in fondo all’articolo e riappropiandomene con sfacciataggine postmoderna visto che si tratta solo di un segmento-citazione potrei dire che la nuova parziale estasi risolutrice di un vecchio orrore parziale riguarda proprio l’incompiutezza dell’esplicitazione di questa ambivalenza dell’essere precisamente mentre viene rielaborata dal fruitore oggetto di violenza da parte del segno semiotico. Incompiutezza dovuta ad un atteggiamento ambiguo e spaventato verso la profondita’ dell’infinito qui inteso in senso romantico. Ecco come Mi sembra che anche secondo quest’ottica del timore romantico verso l’infinito si puo’ ora interpretare l’idea dell’immagine subita dal suo spettatore come forza violenta, violenza non misurabile secondo la tara del contenuto che veicola ma piuttosto secondo la sua intesita’ comunicativa e cioe’ la sua capacita’ di sintesi e di disvelamento. D’altronde la biografia di Kierkegard antecedente al suo ingresso nel mondo degli autori filosofici potrebbe suggerirci proprio l’idea di un uomo che empaticamente subiva il mondo come violento nei suoi confronti. (Fra i possibili cito solo come esempio la sua convinzione giovanile che Dio lo avesse maledetto in ritorsione di una sua qualche colpa ancestrale). Forse ci e’ voluta proprio la filosofia a Kierkegard per permettergli di elaborare il suo trauma esistenziale. Per farlo uscire dalla prescienza divina del suo destino maledetto alla scienza terrena della sua esistenza individuale. (E che contributo rivoluzionario utilissimo che ci ha dato col suo sovvertire il totalitarismo hegeliano del pensiero!)

    Ulrichanders
    Londra

  3. donecbombulum ha detto:

    “Mi sembra che anche secondo quest’ottica del timore romantico verso l’infinito si puo’ ora interpretare l’idea dell’immagine subita dal suo spettatore come forza violenta, violenza non misurabile secondo la tara del contenuto che veicola ma piuttosto secondo la sua intesita’ comunicativa e cioe’ la sua capacita’ di sintesi e di disvelamento”

  4. Ciao a tutti

    A me pare che nell’immagine delle pantere invece, vi sia qualcosa che precede la violenza e da quale questa puo’ derivare. D’altronde questo e’ un blog sulla forma e l’ermeneutica, quindi credo di rimanere nel contenitore (e nella sua forma-significante quindi), dicendo che non credo sia un caso che proprio questa immagine in particolare abbia ricevuto commenti. L’uso di questa immagine in questo blog legato all’ermenuetica, pone necessariamente, la questione (im)morale della violenza.
    E’ tale immoralita’ un punto di vista assoluto o e’ invece relativo? Esiste una violenza giusta? Beh e’ un discorso trito in un certo senso, e credo che i grandi esempi, da Marti Luther King (come veniva ricordato da Luca) a Gandhi, parlino chiaro. Questi rimandano ai diritti umani della vita. Eppure, vorrei fare notare che nelle proteste non-violente come quelle che questi grandi esempi riportano, vi sia una forma di “forza”. Riformulando allora, forse si tratta non tanto di una violenza buona, ma di una forza che quella, o anche le altre immagini evocate dall’articolo, propagano. Perfino l’immagine del circo, contiene una forza, una forza caotica e distruttrice, ma pur sempre di forza si tratta. A ben vedere nell immagine del circo la violenza, non sta tanto nella forza devastatrice del fuoco, deterministico e privo di intenzionalita’. Essa si trova nell’indifferenza dei passanti e spettatori. Ancora, torna la questione morale della violenza. Dell’intenzionalita’ che causa il danno, puo’ esserne osservata la direzione. E’ violenza quella palestinese nei confronti dei coloni israeliani? Nessuno potrebbe dire il contrario senza dire il falso evidente. Eppure la declinazione della violenza in quanto “difesa” o “attacco”, ne cambia molto il senso morale. E quella delle pantere a difesa dei loro diritti umani? Almeno secondo il senso comune, e’ ovvio che questa direzione d’intenzionalita’ si svolga su di un terreno che non visibile, in quanto frutto di una interpretazione (o in altri termini di uno specifico punto di vista). D’altronde, il commento di Luca permette di porre in luce proprio questo invisibile. Esistono delle informazioni che l’immagine non mostra ma che denotano il significato stesso dell’immagine degli atleti-pantere. Senza queste informazioni, il rischio che il senso si distorca o si perda del tutto, e’ piu’ che elevato.
    La forma quindi, poiche’ segno, rimanda ad altro da se’. Essa non e’ contenuto, pero’ ad esso vi e’ legato in modo significante (similmente, questi articoli sono legati al blog: essi potrebbero e possono vivere fuori del blog ma, per coglierne maggiormente la significanza, e’ necessario leggerli laddove sono nati).
    Queste informazioni invisibili, che sono non contenute nell’immagine, lo sono comunque in quanto segno. Tale segno rimanda ad altro, ad un’altra immagine, quella della strage operata dai granaderos. Lo fa tramite la forma operata dagli atleti che non sono pantere ma invece pantera, corpo unico aggressivo e sinergetico. Ora, dove risiede la violenza della pantera? Dove quella della pantera simbolica? Nella proprio natura? Nei tragici fatti precedenti? Nell’interpretazione che le pantere decidono di dare a questi fatti? La direzione del segno, mi sembra quanto mai importante.
    Voi che ne dite?

    Fabio

  5. obinetti ha detto:

    Tocca a me? Svesto i panni del moderatore e mi lancio in un commento filippico che redima una volta per tutte l’annosa questione semantica? Mannò, non me la sento. Piuttosto, accomodo le vesti del moderatore e riavvio i capelli, scarmigliati da tanto verboso clamore sorto intorno al bell’articolo di Mr. Donecbombulum: il fenomeno è salvo ha prodotto più commenti, reazioni, interazioni e discussioni di ogni altro da quando questo blog è sulla rete! E in qualità di amministratore non posso che congratularmi con l’autore e i suoi commentatori, anche loro meritevoli nell’aver accolto ciò che c’era di provocatorio e stimolante nelle immagini e nelle riflessioni, e nell’esser stati capaci di sviluppare profondamente le estreme conseguenze del discorso. Tanto provocatorie e stimolanti, tanto estreme le conseguenze che hanno determinato una battuta d’arresto nella produzione di post originali… Il fatto è che la topica ha avuto così successo che non ho voluto togliere il posto – in luce – che si era guadagnata. Il prossimo articolo che pubblicherò sarà senza dubbio influenzato dal modus operandi inaugurato da Donecbombulum, e mi vien quasi da dire che nella storia di morphetic si dovrà parlare di un a.D e d.D.: avanti Donec e dopo Donec!
    Che ora il nostro non si monti la testa, però: non vorrei vedergli chiosare i post con Così parlò Donecbombulum, o cose del genere!

    E ora passo ad esporre la mia sull’argomento:

    Il grande storico della contemporaneità, E. Hobsbawm, è celebre per aver definito il novecento “il secolo che si vede”. Un’affermazione che ha ampliato la nostra percezione della realtà storica, e che ci ha aiutato a ridimensionare gli orrori e la violenza [pur sempre superlativi] delle due grandi guerre, dell’olocausto, dei pogrom e dei fanatismi di ogni genere, della tragedia del Vietnam, delle esplosioni nucleari nel Pacifico, dell’inquinamento massivo dell’intero pianeta. In poche parole: la violenza c’è sempre stata, dell’uomo sull’uomo o dell’umanità sul pianeta Terra, solo che grazie alla fotografia e al cinematografo abbiamo cominciato a vederla riprodotta in serie, proiettata in centinaia di posti-momenti diversi, o emessa contemporaneamente e catodicamente. Addirittura, siamo arrivati a dire che “una cosa esiste soltanto se passa in televisione”, una formula che spiega abbastanza bene la società che M. Perniola definisce “catottrica”. Si rende evidente il pervertimento ontologico: è più facile credere ad una realtà interpolata [quando non palesemente distorta] che alla verità raggiunta attraverso mezzi propri, mediante un contatto diretto con la Cosa. Che dire allora quando alcuni di noi decidono di fare a meno dei mezzi tout court, e di essere loro stessi artefici, creatori di cose? Li chiameremo artisti, demiurghi, demoni impazziti o savant, eretici perché scelgono e ortodossi perché si attengono alla realtà più di chiunque altro, saranno fools e tricksters, oppure mistici e visionari, che pare non dicano niente di sensato o logico, e invece indicano un livello di realtà ulteriore…

    Curiosità: mentre sfoglio pagine digitali di un bel libro di U. Eco, Costruire il nemico, Bompiani, 2011, m’imbatto nuovamente nella vicenda di Ildegarda, mistica di Bingen. Nel suo De Operatione Dei include la tavola di vitruviana memoria che Donecbombulum ha utilizzato per il suo articolo. La stessa, fortunata figura viene messa in copertina a Hildegard of Bingen, 1098-1179: a visionary life, Psychology Press, 1998, di S. Flanagan.

    Quanto alle pantere, reputo fallace il riferimento alle Black Panther americane, perché se leggo il sostantivo “pantera” in italiano faccio le seguenti associazioni: • Pantera, grosso felino tropicale di colore nero; • Pantera, vettura in dotazione della polizia e, per sineddoche, la polizia stessa, “… la notte che le pantere / ci mordevano il sedere” [F. De Andre’, Canzone del maggio]; • Pantera, band musicale della scena metal underground. Pedanti considerazioni, ma vanno fatte.

    Un gigantesco, nostalgico sospiro per il tempo che fu, quando la tecnologia non invadeva ogni angolo della vita: allora, indire le Olimpiadi significava sospendere qualsiasi attività bellica. Riusciremo mai a restituire quel senso a questa manifestazione? A ripiantare i semi di un etica condivisibile nella Wasteland che abitiamo?

    • “(…) nell immagine del circo la violenza, non sta tanto nella forza devastatrice del fuoco, deterministico e privo di intenzionalita’. Essa si trova nell’indifferenza dei passanti e spettatori (…) ”

      Quoto

      E così mi viene in mente che esiste una violenza “passiva”, p.e. nel non concedere mai né un si né un no. . . – ogni tanto la realtà mi sembra un giardino di cristalli. . .

  6. obinetti ha detto:

    Il premio nobel Amartya Sen tiene una lecture all’Università di Berkeley sulla Violenza dell’illusione.
    Quanto mai appropriato per questo inesauribile post. Inoltre, quanto detto sei anni fa dal professor Sen circa il pericolo e la fascinazione dell’identità [“a double-edged sword”] risulta inascoltato dalla maggior parte della nostra società, in cui al piacere di sentirsi integrati, vicini e solidali l’un l’altro, siamo costretti ad associare una irriducibile paura del diverso e dello straniero.

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