Sincretismo ① ovvero: Cos’hanno in comune tutte le religioni


Māyā incarnazione femminile di Brahman, tiene in grembo la trimurti: Brahma, Śiva e Viṣṇu;

Una dinamica particolare, forse unica nel suo genere, propria della spiritualità di ogni popolo è quella che prende il nome di Sincretismo. Con questo termine poco noto – dalle alterne fortune, positivo e negativo insieme – si è storicamente inteso nell’accezione prima ottimistica dell’unione dei cretesi contro il nemico comune, poi spregiativa della contumelia, dell’offesa e della condanna eretica, oggidì più sereno della mescolanza, un atteggiamento singolare, ambivalente. Questa parola, lo si sarà inteso, non è neutra. Parole come questa – ma in fondo tutte le parole, che sono “corrugamenti della realtà” [Pavel A. Florenskij] – svelano profondità inaudite.

In alcuni fenomeni religiosi è possibile intravedere scandali della ragione calcolante [λòγος] che a ben guardare fondono insieme realtà visibili ed essenze immutabili. Qui stanno gli intramontabili quesiti della storia sacra: com’è possibile che ogni immagine, ogni idolo o icona, in qualunque regione del mondo si trovi, pretenda di essere una volta per tutte l’Eterno, l’Immutabile, il Principio Primo? Come conciliare la mutevolezza delle forme con l’Assoluto del quale sono riferimento costante?

Anche se fossimo in grado di guardare a fenomeni religiosi puri, senza perderci nell’immenso mare delle influenze reciproche, dei “prestiti” [linguistici e quindi culturali] e delle “permutazioni” – anche se fosse mai possibile assumere il punto di vista di un alieno che guardi alle nostre manifestazioni spirituali e che riesca a trovare una forma emergente pura, senza orpelli né influenze che mescolano e confondono… Dovremmo pur sempre piegarci alla storia e all’evoluzione di forme [mutevoli] che pretendono di sintetizzare idee [eterne].

Una mente semplice ed edotta un minimo sulla storia della filosofia si potrebbe “accontentare” di trovare tutte le risposte nella vicenda rappresentata da Platone e dai sofisti, che il mondo a messo l’uno contro gli altri per redimere la questione. Ché, a pensarci bene, tutti – ma proprio tutti! – i nostri problemi possono essere ridotti a questo: come i Molti vengono generati dall’Uno.

Non vogliamo di certo soffermarci sulle beghe religiose – che pur hanno colmato il vaso della storia di sangue e sfaceli – e che hanno diviso gli uomini sul modo di farsi il segno della croce, su come scolpire un lingam decente, su quale divinità dovesse godere di più rispetto o su quale animale dovesse figurare scolpito su un totem. L’umanità ha dimostrato un eclettismo affascinante nel modo di raffigurarsi il proprio dio. Ma se di sincretismo vogliamo parlare, dobbiamo scandagliare le profondità del sentire – forse non più soltanto religioso. La stessa volontà unificatrice che fa scontrare un dio contro l’altro, e una cultura contro l’altra per l’affermazione dei propri stili di vita e di pensiero, affonda le proprie radici nell’idea di fusione che il prefisso συν può trasmettere: ovvero, è la volontà unificatrice che rappacifica. Tutto – l’ardore, l’esperienza profonda, il mondo dei sogni e la vita intellettuale – sta nel riempire di significati propri qualcosa che normalmente 1. è riempito da una Tradizione, 2. è svuotato dalla critica, 3. attende un significato.

Gli esempi di sincretismo – sia esso inteso come fusione di elementi dottrinari, o come atteggiamento “eretico” rispetto a un dogma, o come volontà unificatrice che exubera le differenze – possono riempire innumerevoli spazi dell’immaginario. Chissà se quelli che seguono sono suggestivi abbastanza.

① A sinistra: Māyā che produce l’oceano di latte; ② in alto: L’Etoille, XVII arcano maggiore dei tarocchi di Marsiglia; ③ in basso: Samvara, nume tutelare [yidom] del Buddhismo tibetano; ④ La Pietà, Michelangelo Buonarroti.


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1 commento
  1. obinetti ha detto:

    Scrive G. Marchianò nel suo La parola e la forma [p. 70]: “L’epifania del simbolo, nelle cosmologie arcaiche e nella metafisica delle alte civiltà comporta la implicita consapevolezza che il conoscere consista anzitutto in un « riconoscimento » dell’astratto tramite il concreto, e nell’esperienza finale della loro identità”. Di là dalle rappresentazioni di volta in volta elette come paradigmatiche da ogni cultura, esiste una “sutura primordiale” propria di ogni esperienza umana “tra le circostanze e la norma”: la contemplazione di questa sutura supera l’esperienza individuale del corpo e genera le metafisiche; la messa-in-pratica dà luogo alle diverse rappresentazioni artistiche.

    G. Marchianò, La parola e la forma, © 1977 Dedalo.

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